
Il cuore è da sempre considerato l’organo legato per eccellenza all’affettività.
Se in altre culture si parla di ‘intelligenza del cuore’ nella nostra si fà una distinzione secca: la testa serve per pensare il cuore per amare. Il cuore “palpita d’amore” “si spezza di dolore” “batte forte per paura“.
L’influenza degli stati di tensione emotiva sui disturbi cardiaci è ormai un dato acquisito scientificamente, come lo è l’influenza delle emozioni sull’attività cardiaca in generale.
LA NEVROSI D’ANGOSCIA IN FREUD
Le osservazioni sulla relazione tra disturbi di cuore e situazione emotiva non sono certo recenti: Freud in uno studio del 1894 cita alcuni disturbi dell’attività cardiaca: palpitazioni, aritmie, tachicardie, pseudo-angina pectoris tra i sintomi della nevrosi d’angoscia.
II meccanismo base di questa nevrosi è spiegato da Freud come un accumulo di eccitamento sessuale a cui è impedito l’accesso alla sfera psichica, e che quindi si scarica direttamente in campo somatico.
In altre parole l’eccitamento sessuale che parte dal corpo, normalmente quando ha raggiunto una certa intensità si manifesta a livello mentale con immagini, rappresentazioni di azioni e elaborazione di desideri, che concernono la soddisfazione dell’impulso sessuale.
Con un rapporto sessuale soddisfacente l’eccitamento accumulato si scarica naturalmente.
Ma se l’elaborazione psichica dell’impulso è inibita, ovvero se non si percepisce il desiderio a livello mentale ( e infatti Freud notava che nei suoi pazienti si era verificata una brusca caduta delle fantasie sessuali proprio al tempo della comparsa dei disturbi cardiaci ) l’eccitazione ripercorre la via somatica e dà origine ai sintomi.
Tra i sintomi organici della nevrosi d’angoscia, oltre a quelli cardiaci, ci possono essere disturbi della respirazione, sudorazione, tremori, diarrea, vertigini, congestioni, parestesie, ma l’elemento più rilevante di tutto il quadro resta l’angoscia.
E’ un’angoscia diffusa, che a volte si può concentrare su un elemento specifico ( come la paura degli insetti, dei serpenti, dei temporali, dei luoghi chiusi o di quelli aperti etc. ) ma che per la maggior parte rimane libera e si presenta piuttosto come un’ “attesa angosciosa” di qualcosa di spiacevole che potrebbe accadere da un momento all’altro, o come una generica irritabilità, una ipersensibilità ai rumori, o una difficoltà ad addormentarsi, una marcata insicurezza o la tendenza al dubbio etc.
L’ANGOSCIA COME RICORDO
In una formulazione successiva sulle origini dell’angoscia Freud, in uno scritto del 1925, indica alcuni elementi che risultano particolarmente interessanti per la comprensione dei disturbi cardiaci.
Nella prima versione di cui abbiamo parlato sopra Freud pensava che l’accumulo di eccitazione sessuale potesse trasformarsi direttamente in angoscia e scaricarsi in sintomi cardiaci e respiratori (detti appunto “equivalenti d’angoscia”) saltando del tutto la sfera psichica.
Ma dopo trent’anni di osservazioni cliniche Freud rivede la sua posizione, e sostiene che l’angoscia non è di origine somatica o psichica (a seconda che si tratti di nevrosi d’angoscia o di psiconevrosi) ma è sempre e comunque di “origine psichica”: nel senso che è un segnale dato dall’Io in presenza di un pericolo esterno o interno.
Lo stato di angoscia riproduce un’ esperienza antica: quella della nascita, in cui l’organismo è bombardato da una serie di stimoli e sopraffatto da un eccitamento che non è in grado di dominare.
La spiacevole sensazione che ne consegue è la Prima Angoscia e si scarica tramite le innervazioni sugli organi respiratori e sul cuore.
C’è però da osservare che:
1) la nascita comportava realmente un pericolo di vita
2) il neonato era veramente impotente a fronteggiarlo in qualsiasi modo
3) le modificazioni dell’attività cardiaca e respiratoria erano utili e funzionali alle necessità della nascita.
Ma in seguito l’Io produce angoscia come SEGNALE tutte le volte che si trova in uno stato di impotenza e di pericolo, o di fronte a un eccessivo aumento degli stimoli, sia interni che esterni.
L’ ANGOSCIA COME SEGNALE
Osservando le situazioni più comuni che producono angoscia, si può scoprire che riproducono metaforicamente lo stesso quadro.
L’ angoscia del bambino al momento della nascita lo avvisava del rischio che i suoi bisogni fisici non venissero più soddisfatti e del pericolo di morirne.
Mentre le angosce più “tarde” sono delle riproduzioni simboliche, che avvisano del pericolo che si verifichi un qualche ‘evento’ di varia natura che provochi la cessazione del sostentamento emotivo: ovvero una perdita di amore o di stima o di rispetto da parte dell’ambiente o di una figura significativa, che viene intesa come un pericolo mortale.
E’ interessante notare che l’angoscia è il dato più caratteristico del quadro emotivo di tutti coloro che soffrono di disturbi cardiaci: il tema fondamentale che emerge è sempre quello di vita/morte.
I pazienti cardiopatici hanno la sensazione di star rischiando di morire molto più di ogni altro paziente: spaventa di più un piccolo disturbo cardiaco di una patologia grave che non tocchi il cuore: come dice Brau il cuore sembra essere «l’organo di senso specifico per l’ansia».
Paola Santagostino
Dott.ssa Paola Santagostino: Psicologa e Psicoterapeuta specializzata in Medicina psicosomatica, opera a Milano dove tiene sedute individuali di terapia e di consulenza e conduce corsi e seminari in tutta Italia.
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